Intervista a Kepler-452

Intervista a Kepler-452

Voce agli artisti

27 May 2020

Kepler-452 è una compagnia giovane e innovativa che negli ultimi anni è riuscita a entrare nei teatri “per adulti”. Prodotti da Emilia Romagna Teatro Fondazione, con una tournée di successo nelle stagioni di prosa di tutta Italia, tra cui anche alcuni teatri del nostro Circuito, vi riconoscete ancora in quello strumento per guardare mondi possibili e abitabili ma molto lontani che evoca il vostro nome?

Ci riconosciamo ancora, decisamente. Anzi, col passare del tempo, anche attraversando stagioni più “istituzionali” e talvolta lontane dai centri urbani più grandi, come nel caso di Mirandola o Pavullo nel Frignano, ci siamo resi conto come ci sia un desiderio diffuso, da parte degli spettatori, di guardare la realtà con occhi nuovi, di incontrare storie quotidiane approcciandole diversamente. Pensiamo che, quando il linguaggio che adotti, come nel nostro caso, parte dall’osservazione della realtà, sia poi più improbabile non capirsi con gli spettatori. Quando, insomma, la drammaturgia si sviluppa a partire da esseri umani realmente esistenti è poi più facile incontrare altri esseri umani realmente esistenti e far innescare tra i due un riconoscimento.

La vostra poetica affonda profondamente nella realtà ed è volta a indagare e mettere in scena le vite e le biografie di non professionisti. Volete raccontarci in cosa consiste questo tipo di approccio e come si sviluppa in relazione ai territori che abitate?

Da ormai un po’ di anni ci occupiamo di portare in scena persone che non solo nella vita non sono mai salite su un palco, ma che nemmeno avevano in programma di farlo. Di solito questo incontro avviene sulla scorta di un tema che porta a un criterio tramite il quale andiamo a cercare coloro che verranno in scena con noi. Nel caso del Giardino dei ciliegi, ad esempio, abbiamo cercato persone che avessero a che fare con storie di sgomberi o sfratti, in modo da rispecchiare la trama del testo cechoviano. Nel caso invece di un altro nostro progetto di teatro partecipato, Comizi d’amore, che è stato in scena anche al Teatro Laura Betti di Casalecchio, ci siamo affidati a un criterio di spazio, nel caso specifico abbiamo posto le domande del documentario di Pasolini agli abitanti del residence Galaxy, un luogo nella prima periferia di Bologna in cui il Comune aveva collocato provvisoriamente molte famiglie con problemi abitativi. Una volta scelti i non professionisti, indaghiamo la loro biografia e cerchiamo, insieme a loro, di raccontarla sulla scena.

Uno dei vostri obiettivi è rivolgervi a un pubblico poco incline a entrare nelle sale teatrali, realizzando spettacoli con un linguaggio molto fruibile e organizzando il Festival 20 30, a Bologna, che in una settimana riunisce migliaia di giovani in sale teatrali gremite. Come pensate di ovviare al divieto di creare assembramenti dopo il Covid-19?

È un problema sul quale ancora non abbiamo ragionato a fondo, non abbiamo una risposta a questa domanda. Possiamo tuttavia individuare alcuni punti che ci stanno a cuore e che orienteranno certamente le nostre scelte, anche per quanto riguarda Festival 20 30: non pensiamo che la cosa giusta da fare in questo momento, per noi artisti, sia tentare di comunicare un senso di “normalità” o rincorrere il ritorno alla vita teatrale per come era prima del Coronavirus. Pensiamo anzi, che la cosa migliore sia impiegare la creatività propria del nostro lavoro per immaginare altre soluzioni, altri dispositivi registici e di messa in scena, che portino a uscire dall’equivoco di fare esattamente ciò che si faceva prima, solo con meno spettatori e con gli attori distanziati. Non ambiamo a tornare alla normalità, perché la normalità, come ormai sappiamo, era il problema. Cercheremo quindi, in generale, di tentare di fuggire dalla trappola della riapertura a tutti i costi, cercando di volta in volta di immaginarci nuove possibilità per continuare a essere insieme malgrado le misure anti contagio.

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