La Conta di Natale 2020 - intervista a Claudio Milani

La Conta di Natale 2020 - intervista a Claudio Milani

Voce agli artisti

22 March 2021

Com’è nata La Conta di Natale 2020?

La Conta di Natale 2020 nasce nel novembre scorso, dopo una telefonata in cui Cira Santoro (Teatro Laura Betti Casalecchio di Reno - ATER Fondazione) mi suggeriva di fare un calendario dell'avvento online. Posso raccontare la successiva genesi con una metafora. In natura la cellula germinale chiamata gamete contiene metà del patrimonio genetico dell'essere originario. Dalla fusione di due gameti nasce una cosa nuova, che ha un po' di un genitore e un po' dell'altro ed è diverso da entrambi. La Conta è figlia di due genitori: lo spettacolo teatrale e la comunicazione digitale. Abbiamo costruito (io e Elisabetta Viganò) ventiquattro video brevi con l'intenzione di incontrare attraverso le emozioni i bambini e gli adulti che li accompagnano. Del DNA del teatro abbiamo preso tutto ciò che potevamo collegare alle emozioni, del DNA della comunicazione digitale tutto ciò che potevamo collegare all'incontro.

Quali sono gli elementi teatrali e della comunicazione digitale che avete utilizzato per costruire la Conta?

Gli elementi che abbiamo utilizzato posso schematizzarli così: Il QUI e ORA.
Il QUI è lo spazio. In teatro è diviso tra palco e platea ma appartiene al medesimo edificio. Ne La Conta esistevano due spazi: quello di casa mia (dove sono state effettuate le riprese) e quello in cui erano i bambini nel vedere il video. Abbiamo pensato che lo spazio dovesse essere agito in entrambe le sue due dislocazioni per permettere ai corpi di sentirsi presenza viva all'incontro. Da una parte si agiva, dall'altra si agiva. Da una parte un'emozione guidava l'azione, dall'altra l'emozione generata, attivata, guidava l'azione del nucleo che fruiva. La fruizione non era più passiva: lo spazio, diviso, separato da distanze non prevedibili, diventava uno spazio con-diviso dai corpi.
L'ORA, l'appuntamento, non era solo il tempo della messa in onda, era un ORA che stava sopra, più in alto di chi stava da una parte e chi stava dall'altra del QUI. Era un conto alla rovescia (avvento, 24 giorni prima di Natale) che si sostanziava di attese costruite e interiorizzate nella cultura a cui apparteniamo. A questo ORA superiore, condiviso, riconosciuto, si deve la potenza della coerenza della trasmissione. Come mangiare l'anguria a ferragosto. Come cantare tanti auguri a te e spegnere le candeline della torta. Come fare il conto alla rovescia di 10 secondi a Capodanno.

La ritualità

Una precisa e studiata ritualità, inserita in ogni incontro, ha trovato il suo specchio nelle ritualità che i bambini e gli adulti hanno potuto creare. Da una parte l'inizio con la casella del giorno, dall'altra: “Alle 17.30, tutti lì davanti”; “È la nostra storia della buonanotte, non possiamo più farne a meno”; “Non devo più neanche dire dopo andate a letto, lo fanno da soli”.
Da una parte un piccolo racconto, una poesia, un gioco di teatro, dall'altra: “Il signore delle storie ci ha raccontato una poesia”; “Il mio preferito è Tobia”; “Guardano la puntata del giorno e poi sempre la 4”. Da una parte l'apertura di una busta, consegna a chi ascolta, dall'altra: “Ho trovato un cioccolatino nella scarpa”; “Abbiamo cantato a più voci”; “Sotto il mio cuscino e quello di mio marito c'era un biglietto”.


La scelta della forma

In questo tempo terribile di distanziamento fra le persone si è creata una nuova abitudine visiva e sonora. Quella del collegamento da casa.
Le insegnanti con i bambini, le trasmissioni televisive con i propri ospiti incontri di lavoro in stanze virtuali, conferenze e discussioni, tutto si muove secondo precisi nuovo paradigmi.
Inquadratura fissa. Persone inquadrate a mezzo busto. Sfondi improbabili. Zoom.
A questa consuetudine creata proprio negli ultimi mesi ci si è appoggiati. Le riprese sono state a camera fissa, in una casa (la mia), ma con tutti gli accorgimenti che questo nuovo spazio ha consentito alla creatività dell'arte. L'inquadratura era il boccascena, il limite dello schermo erano le quinte, il resto l'ha messo il teatro.

La meravigliosa imprecisione umana

La tecnologia di trasmissione e fruizione è stata quella a cui siamo abituati (grandi e piccoli) per lo svago e la comunicazione. Quella tecnologia la usiamo per vedere video, costruiti professionalmente e non, che sfruttano ampiamente e magistralmente le possibilità che i mezzi offrono. Penso ai film di animazione, ai giochi elettronici, alla pubblicità... Con la stessa tecnologia abbiamo fatto viaggiare un prodotto che non può concorrere per mezzi di realizzazione, ma che ha nell'umano la sua più preziosa caratteristica.
I titoli di apertura e chiusura erano su cartelli di carta agiti direttamente davanti alla camera di ripresa. Molti oggetti erano quelli di casa. Gli errori e le imprecisioni incidentali erano riconducibili a quell'umano che unisce, che crea partecipazione e incontro. Lo sanno bene i Reality: l'interessante sta nel difetto.

La drammaturgia

Due sono state le linee di drammaturgia.
Una era interna a ogni giornata, si appoggiava alla ritualità e giocava con la sorpresa, la variazione inaspettata, il costruire sempre più, la definizione e cura di semplici particolari. La realizzazione dell'incontro del giorno si basava sulla nostra esperienza artistica fatta di narrazione, pupazzi, uso degli oggetti. Se il mezzo, la forma e il tempo erano cambiati rispetto alla creazione in teatro, non lo erano la sostanza, l'anima artistica, l'intuizione comunicativa, che in tutta la loro possibile potenza sono state utilizzate nella creazione di ogni singolo evento.
C'è stata però una drammaturgia superiore, studiata, casella per casella, saltellante come il cavallo sugli scacchi, che creava una riconoscibilissimo rito e ne nascondeva un altro, più sornione, per accompagnare chi guardava fino all'arrivo, a quel 24 che tutti si aspettavano, a quella parola, fine, che è la chiusura del sipario.
Questa drammaturgia che ha avuto cura di accompagnare, accogliere, far conoscere, ha consentito di accelerare, di spingersi un poco più in là, forti e consapevoli che, anche se tutte le puntate attuali e precedenti erano visibili, quella che era attesa si poteva vedere solo il giorno dopo.

Che tipo di relazione hai instaurato con il pubblico della Conta?

Una esperienza che non avevo mai provato in modo così intenso è stata la relazione sui social (Facebook) con i grandi di casa e attraverso loro, con in bambini.
Un'altra importante scoperta è stata la possibilità di raggiungere un vasto pubblico. Avevamo intuito che l'incontro di emozioni può avvenire anche a distanza, ma scoprirne l'intensità è stato sorprendente. Ancora un'immagine: questo nostro periodo ci fa sentire come se fossimo sulla Luna con la tuta spaziale. Non si può fare il bagno nel mare, non si sente il profumo dei fiori, non si possono stringere le mani. La tuta spaziale sta stretta. La comunicazione è difficile e con mezzi digitali.
Eppure, sulla desolante superficie della Luna, se incontrassimo un'altra persona con una tuta spaziale, e ci mettessimo a giocare, poi, rientrando alla base lunare, dove ci si può togliere il casco, sarebbe la prima cosa che diremmo: ho incontrato una persona e abbiamo giocato! Non diremmo che non le abbiamo stretto la mano, che non ne abbiamo sentito il profumo, che non abbiamo visto che vestiti aveva addosso perché le si vedevano solo gli occhi. L'incontro è possibile. Se si guarda fuori dalla tuta e non solo al suo interno. Sulla Luna nessuno ci può stare a lungo: non c'è il mare! Torneremo sulla Terra. E a raccontare storie in teatro. Però un giorno credo che mi piacerà proporre a qualcuno di fare di nuovo un giretto sulla Luna. Lì le stelle sono di più, si può giocare con gli alieni, si fanno salti in alto da record e si vede il pianeta azzurro come non lo si vede in nessun altro luogo.

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